Nuova riforma Pubblica Amministrazione.

Il “decalogo” dovrebbe fare chiarezza sulla questione, mettendo in fila una per una le condizioni che determinano l’espulsione del dipendente: dalla falsa attestazione della presenza in servizio allo scarso rendimento. La sanzione massima si attiverebbe anche, nei casi più gravi, per il responsabile gerarchico del dipendente assenteista che chiuda un occhio (o tutti e due) davanti agli illeciti. La casistica elencata nel “decalogo” si occuperà anche delle gravi e reiterate violazioni del Codice di comportamento spesso all’attenzione delle cronache. Per esempio, l’accettare regali costosi o l’abuso dell’auto di rappresentanza. Il decreto dovrebbe anche fissare i tempi massimi della procedura disciplinare ordinaria, che dovrebbe essere conclusa nel giro di 3-4 mesi al massimo. L’iter accelerato (massimo un mese) oggi previsto per il licenziamento dei “furbetti del cartellino” dovrebbe poi essere esteso a tutte le forme illecite che portano a licenziamento accertate in flagranza.
A parte il capitolo licenziamenti, il decreto correttivo rivede anche tempi e procedure dell’azione disciplinare. Al momento, l’orientamento è quello di precisare la competenza dei contratti a stabilire le regole per le infrazioni di minore gravità, quelle per le quali è previsto il solo richiamo verbale. I tecnici del ministero della Pa stanno lavorando anche ad una semplificazione dell’iter, che dovrebbe permettere una gestione unificata per le sanzioni più gravi, con più amministrazioni che faranno capo a uno stesso ufficio. Inoltre i vizi formali, i cavilli giuridici, non potranno fermare l’azione di censura. Anche in questo caso, grazie all’estensione di una clausola anticipata dal Dlgs anti-furbetti del 2016, la violazione dei termini interni fissati per la procedura non potrà impedire di andare avanti, né potrà annullare la validità della sanzione inflitta, fatto salvo il diritto alla difesa. Inoltre se il giudice accerta una sproporzione con la sanzione disciplinare, il procedimento si ripete. Il decreto correttivo sul pubblico impiego sarà anche l’occasione per introdurre sanzioni contro le assenze “mirate”, nei periodi di superlavori degli uffici pubblici (dichiarazioni fiscali, scadenze tributarie) e in prossimità di fine settimana e ponti o di un grande evento.
Ad aprire nuovamente il cantiere della riforma del pubblico impiego imponendo il ricorso a decreti correttivi è stata la sentenza 251/2016 della Corte costituzionale che ha imposto l’intesa con le Autonomie, invece del più semplice parere, per gli aspetti della riforma Madia su cui le competenze statali si sovrappongono con quelle di Regioni ed enti locali. In particolare, la censura dei giudici costituzionali ha fatto naufragare i provvedimenti attuativi già approvati su società partecipate, licenziamenti veloci degli assenteisti e dirigenti sanitari: decreti rimasti in vigore, ma esposti al forte rischio di bocciatura costituzionale in caso di ricorsi perché “viziati” da un percorso di approvazione che è passato appunto dal parere e non dall’intesa.